Cambiare abitudini è difficile. Ma se
l'abitudine si confonde con il gusto e questo imprinting risale ai primi anni di vita, la
sfida diventa quasi impossibile. Quest’intuizione si è rivelata alquanto
realistica se applicata al sale. Uno studio pubblicato sull'American
Journal of Clinical Nutrition dimostra quanto sia importante ritardare il più possibile l'introduzione dei
cibi salati, ed educare i bambini molto piccoli a mangiare alimenti con poco NaCl, per
evitare che il desiderio di aggiungere sale diventi una consuetudine difficile da modificare.
I nutrizionisti e gli psicologi della Monell University
hanno selezionato una sessantina di neonati e li hanno messi a contatto per due
minuti con un biberon contenente acqua, una soluzione salina all'1%
(cioè con una concentrazione di sale analoga a quella di una minestra per
adulti), oppure al 2% (decisamente troppo salata anche per un palato adulto), e
li hanno lasciati liberi di poppare o meno. Dopo aver ripetuto il test varie
volte, hanno
concluso che i bambini di quell'età, ai quali non è ancora stato
dato sale in alcuna forma, non mostrano alcuna preferenza per le
soluzioni
salate e rifiutano gli eccessi di sale (la soluzione al 2%). I
ricercatori hanno
ripetuto la prova quando i piccoli avevano sei mesi rilevando diversi
cambiamenti. I 26 bambini che avevano già introdotto nel menù pappe
salate, pane, crackers, cereali e altri alimenti sapidi, hanno mostrato
una
netta preferenza per le soluzioni con l'1% e con il 2% di sale rispetto
all'acqua. Per gli altri la
situazione è risultata immutata e il rifiuto verso le
soluzioni supersalate è rimasta evidente.
Per verificare l'influenza dell'introduzione precoce del
sale nel menù, lo stesso gruppo di bambini è stato controllato
anche
durante il periodo della scuola materna. Le madri e le maestre di tutti i
piccoli (in particolar modo una dozzina) hanno evidenziaro una speciale
passione
dei bambini per gli alimenti salati, per il sale posizionato sulla
superficie di alcuni cibi (crackers) e anche per il sale da solo. I
controlli continueranno
anche nei prossimi anni - hanno riferito gli autori - per capire
fino a che punto l'influenza del sale somministrato ai lattanti
influenza le scelte successive, ma il
messaggio dello studio è chiaro: meglio rimandare la somministrazione
di sale e moderare le quantità.
L'importanza della ricerca va al di là dei dati.
Negli ultimi mesi il dibattito su questo argomento si è fatto sempre più
rovente, con studi che negano l'utilità della riduzione e dei valori
giornalieri consigliati (dai 3 ai 6 grammi a seconda dei Paesi). Altri
studi hanno esaltato i possibili benefici sostenendo l'impossibilità
di stabilire dosi valide per tutti. Come sempre accade in queste
situazioni il messaggio che arriva ai consumatori risulta confuso.
Dietro questo dibattito, soprattutto
negli Stati Uniti, ci
sono (anche) i colossi del settore alimentare che negli
anni hanno aumentato, insieme alle dimensioni delle porzioni, ai grassi e
agli
zuccheri, anche la quantità di sale nei cibi preconfezionati per
conferire palatabilità ad alimenti. L'esito è un danneggiamento direttao
o indiretto della salute dei consumatori di tutte
le età (un alimento più salato spinge a bere di più e negli USA ciò
significa
sovente un incremento del consumo di bevande gassate e zuccherate). Il
sodio conenuto nel sale
è indispensabile alla vita - e ciò spiega anche l'atavica passione
dell'uomo per
il gusto salato - ma quando è troppo puo' arrecare danni molto gravi al
sistema
cardiocircolatorio. Per questo i risultati ottenuti sui neonati sono
importanti, e indicano un percorso utile da seguire per ridurne il
consumo.
Se fossimo abituati a mangiare meno saporito non ci sarebbe
bisogno di normative restrittive, e di guerre a colpi di dati
non sempre attendibili. Le mamme stufe di somministrare pappine
insipide alle proprie creature sono avvisate.