Ci prova il mercato del lavoro italiano a uscire dalla crisi. Segnali
interessanti, sebbene ancora deboli. È quanto emerge dalla periodica
rilevazione sulle forze lavoro (agosto 2011, dati provvisori, e secondo
trimestre 2011) pubblicata ieri dall'Istat. Da un lato infatti il numero
di occupati ad agosto scorso è tornato a superare quota 23 milioni
(segnando un aumento di 191mila unità, pari a un +0,8% rispetto ad
agosto 2010). Dall'altro l'incremento dell'occupazione è legato in larga
parte alla crescita dei rapporti precari (+106mila unità nel secondo
trimestre 2011, +6,5% su base tendenziale).
La fotografia è in chiaro-scuro anche sul fronte disoccupazione. Il
dato positivo è che per prima cosa ad agosto il numero dei disoccupati
(1.965.000) è sceso dell'1,8% rispetto a luglio: il tasso di
disoccupazione si è così attestato al 7,9% in flessione di 0,1 punti
percentuali su luglio. Quindi, nel secondo trimestre 2011 le persone in
cerca di occupazione sono scese a livello tendenziale di 146mila unità,
segnando un incoraggiante -7 per cento. Ma - è questo il dato negativo -
più della metà di chi non lavora (il 52,9%, per l'esattezza) è
disoccupato di "lunga durata" (vale a dire senza un impiego da più di
dodici mesi), il dato più alto degli ultimi 18 anni. «È un segnale
preoccupante perché si tratta di un segmento del mercato difficilmente
riassorbibile in una fase di ripresa, che tuttavia ancora deve arrivare»
commenta Carlo Dell'Aringa, economista del lavoro alla Cattolica di
Milano. Che aggiunge: «Stiamo vivendo una pericolosa fase di "equilibrio
a basso livello".
Di stagnazione, cioè, dove non c'è una tendenza a migliorarsi ne a
peggiorare. E più si rimane in questa fase, più tendenzialmente si farà
fatica a uscire dalla crisi». Di segno opposto il giudizio del ministro
del Welfare, Maurizio Sacconi, che ha parlato di «buone notizie» che
finalmente arrivano dall'Istat. Quello che serve ora, ha aggiunto il
ministro, è incoraggiare «gli investimenti, il ritorno al lavoro dei
cassintegrati e la nuova occupazione di qualità. E a questo scopo - ha
ricordato - sono particolarmente utili le relazioni industriali, gli
accordi aziendali e territoriali, i contratti di inserimento per le
donne e l'impulso che all'apprendistato può venire dalle nuove regole
più semplici e da auspicabili incentivi nel confronto con le tipologie
lavorative di minore qualità». Critico l'ex ministro del Lavoro, Cesare
Damiano (Pd): «Difficile tutelare e creare occupazione a costo zero,
magari con un nuovo e inaccettabile sacrificio a carico dei pensionati
per reperire risorse».
Nel secondo trimestre 2011 è comunque sceso al 7,8% il tasso di
disoccupazione (era all'8,3% nel secondo trimestre 2010). Ma al Sud
siamo al 13,1 per cento. Migliora poi la disoccupazione giovanile: tra i
15 e i 24 anni il tasso passa dal 27,9% del secondo trimestre 2010 al
27,4% del secondo trimestre 2011, con un picco però del 44% per le donne
del Sud (con una crescita tuttavia dello 0,1, congiunturale, e dello
0,8, tendenziale). L'agricoltura perde 40mila occupati (-4,6%),
l'industria in senso stretto ne guadagna 50mila (+1,1%), mentre nelle
costruzioni l'occupazione continua a ridursi: -2,8%, pari a 56mila
unità. Continuano invece a crescere gli occupati a tempo parziale
(frutto soprattutto del part-time involontario) e la fascia di
popolazione inattiva.
Un fenomeno quest'ultimo, ha evidenziato l'Istat, che interessa sia
coloro che cercano lavoro non attivamente (+38mila unità) sia quelli che
non cercano ma sono disponibili a lavorare (+17mila). Ma anche, e
soprattutto, quanti non cercano e non sono disponibili a lavorare:
+184mila unità. Per Gugliemo Loy della Uil: «Servono subito politiche
mirate alla crescita del Sud che è ancora in una fase di sofferenza».
Mentre Fulvio Fammoni della Cgil parla in generale di «recupero troppo
lento» e avverte: «Con questo trend torneremo al numero di occupati del
2008 (23,6 milioni di unità) solo tra quattro anni».